Love Zone

Sesso, amore e disabilità. Capitolo II

lunedì 30 settembre 2013   
di Giovanni Papa
Lo psicologo Giovanni Papa continua ad affrontare il tema Sesso, amore e disabilità, intervistando il Prof. Fabrizio Quattrinipresidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia di Roma.

Parto dal commento di un lettore all’articolo uscito due settimane fa su Viveur Lovezone relativamente alla figura dell’assistente sessuale per disabile: “Ma siamo pazzi sarebbe una sorta di prostituzione. I disabili hanno ben altri problemi e poi è contro ogni ragione e morale”.

E’ questa l’idea più diffusa che ruota attorno alla sessualità della persona con disabilità, che sia "un di più", piuttosto che un elemento centrale della vita di una persona!

E la persona in questione che scrive il commento è anche un educatore. Chiaramente, è comprensibile la grossa sfida che la figura dell’assistente sessuale per disabili propone ai sistemi in cui si va ad inserire, da quello professionale a quello familiare.

Molte figure professionali si sentirebbero derubate delle proprie competenze. Molti familiari sentirebbero troppo impegnativo e "imbarazzante" l'assicurare che la persona disabile abbia diritto ad una vita sessuale.

Ho provato ad ascoltare anche l’idea di una persona disabile in merito all’idea di introdurre questa figura. Lo chiamiamo P.

P. mi dice “Penso che uno dei tanti problemi dei disabili sia anche la sessualità. Ritengo giusto che chi ne voglia usufruire possa farlo nella totale libertà e abbia tutti gli strumenti a disposizione per poterlo fare. Personalmente non ne farei mai uso per una questione di dignità verso me stesso”.

 Mi colpisce nei commenti del nostro lettore e di P. il ricorrere del termineproblema legato alla sessualità. Non ci rendiamo conto che la figura dell’assistente sessuale andrebbe proprio a ridurre il problema, a risolvere in qualche modo il “ problema”?

Questa settimana abbiamo voluto intervistare lo psicoterapeuta e sessuologoFabrizio Quattrini, presidente dell’Isituto Italiano di Sessuologia di Roma, che ha recentemente pubblicato il libro dal titolo “Non smettere di giocare”, partecipato alla trasmissione televisiva “Sex therapy”, a vari congressi nazionali e internazionali e pubblicato molto materiale di sessuologia.

 

Viveur: Dott. Quattrini, quale crede siano i pregiudizi e gli stereotipi che ruotano attorno all’idea della sessualità di una persona disabile? 

 Fabrizio Quattrini: Anche se oggi la sessualità è vista in modo meno stereotipata e vincolata a particolari pregiudizi, ci sono alcune aree che restano particolarmente ancorate a certi tabù. La sessualità nelle persone con disabilità è una di queste, forte del fatto che le persone disabili, soprattutto se mentali, sembrano non poter avere “diritto” ad una vita sessuo-affettiva. Sono molti gli individui che, erroneamente, continuano ad immaginare le persone disabili come escluse dal desiderio erotico-sessuale: alcune di queste descrivono il disabile come una persona che non può avere una sessualità, sottolineandone un “sesso degli angeli”, altri invece non comprendendo ovvero accettando una certa impulsività, promuovono il pregiudizio della diversità, associando eventuali comportamenti a forme di devianza e “perversione”!

 

V: Può dare una sua personale definizione della figura dell’assistente sessuale per disabili?

Fabrizio Quattrini: L’assistente sessuale è un professionista che promuove la cultura dell’educazione sessuo-affettiva e della corporeità nel rispetto nel benessere dell’individuo. Chiaramente, in un paese come il nostro dove sono ancora forti i retaggi socio-culturali e dove spesso tutto quello che appartiene al mondo della sessualità deve inevitabilmente essere associato al mondo della prostituzione o della pornografia, può non risultare facile inquadrare tale figura professionale. In altri paesi dove la figura dell’assistente sessuale sembra essere legittimata, o comunque più facilmente accettata, il professionista, previo una formazione specifica, può aiutare le persone disabili ad affrontare gli aspetti intimo-erotici e affettivi.

 

 V. La settimana scorsa abbiamo ascoltato per Viveur Lovezone Maxiliano Ulivieri. Alla domanda, quale crede possa essere il valore aggiunto della figura dell’assistente sessuale per disabili rispetto ad altre figure che già lavorano con la disabilità (psicologo, fisioterapista, educatore, etc) ci ha risposto “Tutte queste figure lavorano pensando alla malattia. La sessualità non è una malattia. E’ un desiderio naturale. L’approccio dell’assistente sessuale esula dal concetto di assistito – malato. Fa vivere il corpo di un disabile non solo come fonte di sofferenza ma anche di piacere.”

Cosa ne pensa lei di questa risposta, cosa condivide e cosa no?

F.Q.: Conosco Max Ulivieri e lo stimo molto. Insieme alla sua associazione “lovegiver” stiamo lavorando proprio per promuovere una politica del cambiamento in merito alla figura dell’assistente sessuale in Italia. Vorrei però fosse chiaro che le figure menzionate (psicologo, fisioterapista, educatore etc.) lavorano sicuramente in una prospettiva della salute e del benessere, anche se spesso a causa della cultura di riferimento possono restare facilmente invischiate in particolari preconcetti e pregiudizi, certamente sono impreparati a vedere il tema della sessualità da differenti angolazioni. Ecco allora che per alcuni professionisti sembra più facile restare fedeli a quel particolare disagio visibile o comunque più comprensibile – perché esplicito - del disabile, escludendo qualunque altro concetto legato a doppio nodo alla sessualità, arginando e ridimensionando eventuali reazioni esclusivamente comportamentali.

 

Nei paesi europei dove tale figura è stata introdotta come è stata recepita tale figura dalla “gente comune”?

F.Q. Solitamente una popolazione in cui la legislazione tutela certe figure professionali vede e vive le stesse in perfetta armonia, serenità e rispetto. Faccio l’esempio della prostituzione: tutte le persone che vivono in quei paesi in cui è presente la liberazione e la regolamentazione giuridica del mestiere più antico del mondo, percepiscono i professionisti della sessualità come individui che fanno una scelta esclusivamente di tipo professionale. I giudizi e pregiudizi sono pressoché azzerati e la cultura del rispetto viene fortemente promossa e sostenuta.

 

V.: La settimana scorsa abbiamo incontrato anche il medico psicoterapeuta Priscilla Berardi che ha realizzato un videocumentario sulla vita sessuale e affettiva delle persone con disabilità. Ma mi ha colpito un articolo della Berardi sulla doppia difficoltà delle persone disabili omosessuali. Secondo lei, dott. Quattrini, quali sono le difficoltà maggiori dell’essere disabili e omosessuali?

 

F.Q.: Chiaramente il tema dell’omosessualità aggiunge alla disabilità un elemento in più che può non essere facilmente compreso non solo dalle persone che entrano in contatto con il disabile, ma spesso dalla stessa persona con disabilità.

L’omosessualità è, tanto quanto l’eterosessualità, la rappresentazione della naturale espressione della propria possibile esperienza erotico-sessuale. Come mi piace ricordare, ogni individuo, in quanto bisessuale, ha la stessa possibilità di sviluppare in età evolutiva sia l’orientamento omosessuale che eterosessuale. Il disabile potrebbe avere maggiore necessità di supporto al personale percorso di coming out, perché con più facilità può incontrare resistenze e ostacoli legati alla cultura dell’ignoranza; potrebbe presentarsi un doppio problema, una “doppia disabilità”.

Ricordo con grande emozione la testimonianza di un giovane disabile omosessuale che, in un recente congresso dove sono stato invitato a relazionare sulla tematica della sessualità nella disabilità, ha rivelato che la sua grande difficoltà non era stata quella di accettare la sua attrazione omoerotica, quanto la paura di parlare del suo orientamento sessuale alla madre.

In fondo è quello che succede in un percorso di coming out a buona parte delle persone omosessuali. Difficoltà di farsi accettare dai propri cari, difficoltà di rivelare una parte di sé che pensiamo possa ferire, o nel peggiore dei casi non essere considerata “normale”!

 

Impariamo a rispettare l’altro diverso da sé, impariamo a rispettare noi stessi. Promoviamo la cultura della differenza godendo a pieno della più grande esperienza che la vita ci ha concesso: l’amore e l’esperienza erotico-sessuale!

 

Queste parole del prof. Quattrini vanno proprio oltre l’idea di “problema” spesso associata alla sessualità nella disabilità. Rispetto, differenza, amore! Se valorizzassimo queste tre parole, sono convinto potremmo superare molti dei nostri tabu, non solo in merito alla disabilità. A voi la sfida, lettori!

 



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