Love Zone

Storie da "Bigotte". Tiziana Carella racconta l'Arcigay di Foggia

martedì 29 ottobre 2013   
di Giovanni Papa

Questa settimana Viveur LoveZone intervista Tiziana Carella, psicoterapeuta dell’Arcigay di Foggia “Le Bigotte”

Benessere della comunità LGBT, visibilità, matrimonio gay e unioni civili, lotta all’omofobia e promozione della cultura LGBT: questa è la mission di Arcigay in tutto il mondo.

 

Come sapete, cari lettori di Viveur lovezone, la nostra rubrica già in passato si è dimostrata sensibile ai temi dell’omosessualità e del transessualismo. E continua a farlo, questa settimana parlando di Arcigay Foggia, una realtà concreta e solida sul territorio foggiano e di cui forse, non tutti  conoscono le grandi opportunità che fornisce.

Nata un anno e mezzo fa dalla volontà di Gianfranco Meneo, primo presidente, con il supporto dell’allora Presidente Nazionale di Arcigay Paolo Patané, dell’allora segretario di Arcigay Salerno Francesco Napoli, dell’Agedo e di Gabriele Scalfarotto, recentemente scomparso, e dalla tenacia di un gruppo di persone che componeva il vecchio direttivo, alcuni dei quali compongono quello attuale, Arcigay Foggia Le Bigotte vede ora come presidente Francesca Parisi, vicepresidente Luigi Lioce, tesoriera Laura Cinquepalmi, segretario Bruno Colavita, consigliera Valentina Vigliarolo (che è anche consigliera nazionale di Arcigay) e consigliere Antonio Belluna. Ognuno di queste persone vive Arcigay e lotta per Arcigay. Non è un nome formale ma sostanziale e ha un ruolo proattivo nella diffusione delle iniziative dell’associazione sul territorio foggiano.

Arcigay Foggia realizza ogni martedi dalle 17 alle 19 e ogni sabato dalle 11 alle 13 uno sportello accoglienza e il sabato dalle 10:30 alle 12:30 un’antenna UNAR per la raccolta in casi di discriminazione in via Perrone 35 presso i locali dell’associazione Donne in Rete; è presente, inoltre, uno sportello d’ascolto psicologico gestito dalla psicologa e psicoterapeuta Tiziana Carella (sportellopsicologico.arcigayfg@gmail.com) e legale (sportellolegale.arcigayfg@gmail.com).

Ma di queste importanti risorse presenti sul territorio molte persone omosessuali non ne sono a conoscenza o, comunque, c’è un certo imbarazzo a rivolgersi a questi servizi.

Viveur Lovezone ha voluto incontrare questa settimana la psicologa e psicoterapeuta di Arcigay Foggia Tiziana Carella che, oltre alla gestione dello sportello d’ascolto psicologico, si occupa anche di realizzare incontri psicologici presso i locali del Tolleranza Zero, in via Ciampoli 3 (che è la sede delle riunioni dell’Arcigay e degli incontri aperti alla cittadinanza). Incontri altamente formativi e d’apertura. Abbiamo voluto approfondire con lei quali sono le potenzialità di Arcigay e le difficoltà di approcciarsi a tale realtà, cercando di comprendere anche qual è l’atteggiamento di psicologi e psicoterapeuti stessi nei confronti dell’omosessualità e delle tematiche ad essa connesse.

 

Viveur: Nel tuo lavoro di psicoterapeuta in Arcigay, quali sono i miti ed i pregiudizi che tu stessa hai dovuto smontare?

Tiziana Carella: Ho avuto la fortuna di approdare in Arcigay con un lavoro su me stessa che mi ha reso già molto decondizionata dai pregiudizi sociali e culturali su chi ha un differente orientamento di genere o identità di genere. Come tutti portavo dentro di me degli stereotipi sull’omosessualità, ad esempio come quello di una mancata aderenza al ruolo di genere delle persone omosessuali, per il quale tutte le lesbiche sono mascoline e tutti i gay sono effemminati; ma anche stereopiti più “positivi” come pensare che tutte le persone omosessuali siano più sensibili, intelligenti o che abbiano una più spiccata vena artistica.

 

Molti di questi stereotipi li ho smontati semplicemente attraverso la relazione con gli altri nella mia vita quotidiana: alcuni amici omosessuali ed un amico transessuale nell’adolescenza, che mi hanno fatto confutare tanti di questi stereotipi,  semplicemente vivendo la loro amicizia. Nel mio lavoro come clinica, poi, è capitato di avere in terapia alcune persone con differente orientamento sessuale e questo mi ha permesso di contattare la loro sofferenza causata dai pregiudizi sociali, dalla discriminazione, dalla mancata accettazione in famiglia e da casi di reale aggressione fisica ai loro danni, semplicemente perché omosessuali.

 

Questa sofferenza invisibile a tanti mi ha fatto avvicinare all’Arcigay, poiché non sopportavo l’idea di tanta sofferenza vissuta spesso in solitudine. Anche l’Arcigay, però, mi ha permesso di smontare un altro importante pregiudizio. Ora sono convinta che una famiglia omogenitoriale possa essere un’ottima famiglia per qualsiasi bambino: la famiglia è il luogo dell’accoglienza, del sostegno, dell’amore e degli insegnamenti per i quali imparare ad essere una buona persona… il sesso biologico in tutto questo mi sembra irrilevante.

 

V.L.: Quali sono le preoccupazioni maggiori di chi si rivolge ad Arcigay Foggia?

T.C.: Per un ragazzo o una ragazza contattare l’Arcigay è già una conquista, è un posto dove approdi quando hai già compiuto un percorso importante dentro di te, perché un ragazzo/a si è già detto sono gay/lesbica. Ha già dovuto vincere le sue resistenze interne, il pregiudizio eterosessista. Spesso alcuni ragazzi si affacciano per vedere “come siamo”, se possono fidarsi; a volte vengono semplicemente ad ascoltare ma non parlano con nessuno, ma intanto prendono coraggio. Entrare in Arcigay e farsi vedere è già fare un primo coming out, è dire agli altri “sono come voi, sono anche io omosessuale” e questo produce una risonanza interna fortissima, anche nel rinforzare la propria identità sessuale. La preoccupazione maggiore è senz’altro quella della visibilità, del coming out, soprattutto in famiglia. Si chiedono come reagirà la famiglia, se saranno ancora disponibili ad amarlo/a per ciò che è. Offriamo un grande sostegno per il coming out, sostenendolo come un passaggio fondamentale, che li renderà più liberi e forti, ma rispettando i tempi e la volontà di ognuno. A volte arrivano ancora con tanti pregiudizi: “sono sbagliato/a”, “sono un errore della natura”, “sono condannato/a alla solitudine”, che vengono stemperati attraverso corsi di formazione, gruppi tematici di ascolto, ma anche semplicemente grazie alle amicizie che un po’ alla volta riescono ad instaurare all’interno del gruppo.

 

V.L.: Che tipo di atteggiamenti credi abbia la comunità degli psicologi nei confronti dell’omosessualità?

T.C. Questo è un vero e reale punto dolente! Non esiste una formazione adeguata in nessun ambito, né nel percorso universitario, né nelle successive specializzazioni. Tutto, quindi, è lasciato un po’ al caso, ai pregiudizi più o meno allargati di ognuno, alla sensibilità personale ed alla formazione da autodidatta.

L’Ordine degli psicologi si sta interrogando su questo punto e mi auguro mettano a punto degli strumenti per colmare questa grossa lacuna. Ricordo che omosessuali e transessuali con i quali possono venire a contatto gli psicologi rappresentano tra il 5 ed il 10% della popolazione, quindi avere una formazione adeguata sul tema mi sembra indispensabile.  Come tutti, quindi, anche gli psicologi hanno i loro pregiudizi ed idee inesatte e ciò può arrecare un danno alle persone LGBT in terapia. Da un recente studio, condotto dal Prof. Lingiardi, emerge come il campione degli psicologi non abbia una idea chiara, ad esempio, sull’eziogenesi dell’omosessualità, oscillando tra posizioni che ritengono rilevante la biogenetica e posizioni che mettono in rilievo uno sviluppo psicologico incompleto (in realtà non c’è, ovvero può dipendere da una molteplicità di fattori, esattamente come l’eterosessualità). Quasi il 50% del campione di psicologi, inoltre, ritiene che l’omosessualità sia dovuta ad una mancata identificazione con il proprio ruolo di genere! Un dato importantissimo, che deve far riflettere e spingere rispetto all’urgenza di trattare adeguatamente nel percorso formativo queste tematiche, è che l’83% degli psicologi si sente parzialmente o per nulla preparato sulle tematiche relative all’omosessualità.

Cosa stiamo aspettando?

 

Non è vero che il nostro territorio è chiuso e non è aperto agli altri. Il nostro territorio, tra le mille difficoltà e i mille limiti, offre importanti occasioni tipo quella offerta da Arcigay. Realtà a cui gradualmente si stanno avvicinando non solo persone omosessuali, ma anche eterosessuali. Proprio perché, per sostenere la mission di Arcigay, non è necessario essere omosessuali, bisessuali o transessuali. Ma condividere il rispetto per la persona



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