Love Zone

Oltre l'Happy End: storie d'amor perduto e ....uova.

domenica 24 novembre 2013   
di Giovanni Papa

“Per un po’ forse continuerò a urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà” scriveva David Grossman. Forse questa sarebbe la filosofia giusta per pensare alla fine di una storia..

E invece no…. tra film, libri, spettacoli teatrali ci troviamo di fronte a cuori spezzati che fanno di tutto per tornare con l’amante perduto, pozioni bevute per dire addio ad una vita che senza l’amore e quella persona non ha più senso, principesse che rinunciano ai propri bisogni per stare accanto a chi ha smesso di considerarle principesse e di amarle da tempo… La fine di una storia come una catastrofe e non, invece, come un punto da cui ripartire.

Giovedì 21 novembre, in occasione del seminario psicologico che ho condotto al Social Tag in via Fuiani 2/4 a Foggia dal titolo “Quando una coppia scoppia”,  si è affrontato il tema universale di come viene vissuta la separazione e l’abbandono. Ero un po' preoccupato di potermi trovare una fila di uditori pronti a urlare che l’amore fa soffrire, che la colpa è sempre dell’altro, che quando finisce una storia tanto vale spararsi, invasi dallo smarrimento e la paura di " non valere nulla". Invece ne è venuta fuori un'nteressante  costellazione di differenti modi di reagire, che ho pensato possano risultare spunti di riflessione utili per molti lettori  di Lovezone. Così, questa settimana, ho deciso di riportarvi delle micro-interviste corali, in cui sono presentate le diverse prospettive sull'esperienza della separazione.

 

V.L.: Puoi raccontare in breve come di solito vivi la fine di una storia?

 

C’è chi, effettivamente, risponde alle mie temute aspettative :

A.: La fine di una storia la vivo come un profondo fallimento nei confronti della vita. E’ un’opportunità che svanisce, è una gioia che sfiorisce. Il senso di abbandono e di solitudine è profondo e il dover ricominciare senza condividere con “l’altro” diventa un sacrificio. La fine di una storia diventa per me la fine di una parte di me, che non riemergerà mai più.

 

C: Spesso come una sconfitta personale.

 

B.: La fine assume sempre la stessa intensità dell’inizio, solo che quel senso di riempimento appagante scompare lasciando il posto a sentimenti di incertezza e di vuoto.

 

E chi, giustamente, sottolinea come l’evento “fine di una storia” non sia uguale sempre ma..

D.: Dipende dalla storia e dai motivi.

 

E poi una risposta che spiazza, divertente che meriterebbe di essere inserita nelle frasi dei baci perugina, giusto per rompere la monotonia:
E.: Come una pasqua, anzi come un uovo di pasqua, mangiato lentamente.

 

V.L.: E’ più difficile lasciare o essere lasciati? Perché?

La domanda è un po’ “a trabocchetto” e provocatoria, questo si intuisce.

 

Ma c’è chi subito prende la parte di “chi viene lasciato”:

D.: E’ più difficile essere lasciati perché si è costretti a subire le scelte di un altro.

e chi aggiunge a ciò: F.: ... e non si è preparati al cambiamento.

 

E chi, invece, si cala nei panni di chi lascia:

G.: Sicuramente lasciare in quanto io sono certa che qualunque sia la motivazione per cui si decide di lasciarsi si soffre ed io preferisco soffrire piuttosto che provocare sofferenza.

 

B.: A causa delle mie incertezze e della poca considerazione che ho di me stesso, rispondo che è più difficile lasciare.

 

C.: Personalmente credo sia più difficile lasciare sia per la responsabilità di cui ci si fa carico sia per il senso di colpa che inevitabilmente ne deriva per la sofferenza “apparente ed immediata” che si genera nell’altro.

 

E chi prende una posizione di mezzo:

A.: Credo sia difficile in entrambi i casi, perché il caso di abbandono coinvolge direttamente entrambi i ruoli. Colui che viene lasciato soffre perché subisce la separazione, l’umiliazione, l’isolamento. Colui che lascia, invece, assume il ruolo del “cattivo” che però non esclude la sofferenza e la solitudine. Colui che lascia decide e prende una decisione anche per l’altro e questo non può essere semplice.

 

V.L.: Quali sono, secondo te, i fattori più importanti nel determinare la fine di una storia?

 

C’è chi mette l’accento sulla fine della passione, quella passione di cui le succinte protagoniste delle fiction e i muscolosi attori incarnano perfettamente:

H: Possono essere diversi e casuali. Forse il più facile da incontrare è la fine della passione, dell’”intrigo” (ma come scatti non è prevedibile”).

 

Chi allarga la prospettiva e scrive:

 

D.: La fine di sentimenti, di fiducia, di rispetto. Sentirsi solo.

L.: Lasciar trascorrere il tempo senza effettuare un percorso insieme.

A: La cessazione del sentimento di amore, l’incompatibilità, differenze di idee e di aspirazioni, la non condivisione.

 

E chi racchiude il tutto in una maniera elegante che mi piace molto: 

M.: Secondo me solo la fine dell’amore può determinare la fine di una storia d’amore.

 

Cari miei lettori, principi e principesse, è giusto rimanere bloccati nella spirale perversa dei drammi letterari oppure provare a scartare i baci perugina aspettando che esce la frase sull’uovo di pasqua?

 

E a proposito di uova…vi invito a guardare il video che è  la sintesi mirabile che Woody Allen ha fatto dell’amore nel finale del suo capolavoro Io & Annie.

 



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