Love Zone

Poliamore: relazioni (im)mature? Capitolo II

sabato 22 marzo 2014   
di Giovanni Papa
Seconda parte dell'indagine dello psicologo Giovanni Papa sulla realtà del Poliamore

L’articolo sulla realtà del poliamore, pubblicato su Viveur Lovezone, ha destato grande interesse e attenzione, soprattutto all’interno della pagina Facebook di poliamore.org. In particolare, mi ha colpito il commento di Luca Boschetto che ha fatto notare come esistano differenti tipologie di “poliamorosi”.

Incuriosito dagli input che mi ha offerto Luca, uno dei fondatori di www.poliamore.org, tra i primi siti italiani sul poliamore, co-organizzatore dei primi incontri in Italia, e co-organizzatore dell’OpenCon Catalonia, uno dei due meeting internazionali che si tengono annualmente in Europa, ho deciso di intervistarlo, per proseguire questa nostra avventura alla scoperta della realtà del poliamore.

Con Luca, quindi, abbiamo approfondito alcuni aspetti solo accennati nel primo articolo pubblicato sulla nostra rubrica online dedicata all’amore e alle varie forme d’espressione della sessualità e dei sentimenti.

 

 

Viveur Lovezone: Ciao Luca, mi ha incuriosito molto quello che hai scritto sulla pagina facebook di poliamore.org. Mi ha fatto pensare che esistano diverse possibili tipologie di poliamorosi…

 
 Luca: Eccome. Negli States, nella “comunità poli”, gira questo modo di dire: esistono tanti modi di vivere il poliamore quanti sono i poliamorosi. Perché alla fine la definizione di base del poliamore è molto semplice: essere aperti alla possibilità di vivere più relazioni intime/romantiche contemporaneamente nella piena consapevolezza e col consenso di tutti coloro che sono coinvolti. A partire da questa base, poi, ovviamente le configurazioni possibili sono le più disparate: dal punto di vista della "combinazione geometrica" della "polecola" (V, triadi, reti...); dal punto di vista dell'apertura/chiusura ad ulteriori relazioni esterne (un po' ai confini del poliamore esiste la polifedeltà: gruppo chiuso di più di due persone, ma non aperte ad ulteriori aggiunte); dal punto di vista dello stile relazionale (io sono un cosiddetto "tribale", vorrei vivere sotto lo stesso tetto con tutti i miei compagni/e; altri sono "lupi solitari": più relazioni, tutto consensuale, ma le varie relazioni vengono vissute in modo isolato l'una dall'altra); dal punto di vista del basare le proprie relazioni su regole esplicite negoziate oppure sul rispetto dei limiti reciproci (il primo modello molti "studiosi" del poliamore hanno qualche perplessità a considerarlo tale, in quanto il concetto di consensualità è un po' “stiracchiato”).

 

 

V.L.: Mi colpisce che si parla di lupi solitari, tribali... Perché questo bisogno di classificarsi? Non si può essere una categoria o l'altra nelle varie fasi della vita?

 

L.: Ma assolutamente sì, Giovanni. Questa è un'altra diatriba nella comunità: c'è chi rifugge dalle etichette come fossero il peggior male del mondo e chi le considera semplicemente uno strumento di comunicazione, e "scritte sui post-it", quindi riposizionabili all'occorrenza. Perché alla fine tutte queste sono solo parole. Io e te ci stiamo scrivendo, stiamo usando uno strumento: la nostra lingua. Senza rendercene conto, stiamo utilizzando un fiume di etichette, e non ce ne rendiamo conto perché "siamo nella foresta e non vediamo gli alberi". Ora, il poliamore è una foresta nuova, con alberi nuovi. Per parlarne, abbiamo bisogno di termini nuovi. Li sentiamo stridere perché non ci sono familiari. Ma sono termini come altri. In fondo, quando parli della tua ragazza, dici "la mia ragazza". È un'etichetta. Quando parlo del mio orientamento, dico "sono bisessuale". È un'etichetta. Queste etichette sono il male? No, sono strumenti per capirci meglio, e sono dannose solo se diventano gabbie dalle quali diventa difficile uscire. Triade, V, tribali, polifedeltà, compersione... sono etichette nuove, ma finché non diventano gabbie sono solo contenitori di concetti.

 

V.L.: Una questione molto dibattuta è la crescita dei bambini in famiglie poliamorose. Partendo dal presupposto che ciò che è fondamentale è l'amore in una famiglia, quali pensi siano pro e contro di crescere in una famiglia poliamorosa?

 L.: Probabilmente la situazione è simile a quella dei bambini nelle famiglie omogenitoriali: non ci sono problemi per i bambini dovuti alla configurazione della loro famiglia, “dall'interno”; i problemi derivano dallo stigma che potrebbero subire dall'esterno, ma è su quello che si dovrebbe lavorare. Comunque: sui bambini nelle famiglie omogenitoriali, lo saprai anche tu vista la tua professione, ci sono ormai numerosi studi che comprovano che i bambini crescono altrettanto equilibrati di quelli in una famiglia eterogenitoriale.

 I primi studi, per quanto qualitativi e su piccolo campione, cominciano ad affacciarsi anche per quanto riguarda il mondo poli, e sembrano comprovare la stessa cosa. D'altra parte, il modello nucleare eterogenitoriale è un'invenzione recente e probabilmente non è neanche detto che sia quello più appropriato a crescere bambini, no? Come dicono in tante lingue in Africa: ci vuole un villaggio per crescere un bambino. E in questo, se vuoi, la famiglia poli somiglia al villaggio più di quella nucleare. (V.L.: sono d'accordo sul fatto che la pluralità di figure possa essere una possibilità piuttosto che creare confusione, quando tutte diventano equamente responsabili e presenti nella cura del bambino...)  E d'altra parte, se ci pensi, è già la realtà di molti bambini, nelle famiglie ricostituite dopo separazioni: hanno già più figure genitoriali, soprattutto per quei bambini dove le separazioni sono avvenute in tenera età. L'unica -- grossa! -- differenza, qui, è che mamma, papà uno e papà due vanno anche d'amore e d'accordo fra loro.

 
 

V.L.: Sono nati una serie di “poliaperitivi”. Quali sono le finalità di questi incontri e perché ritenete possano essere utili?

 L.: Intanto i poliaperitivi sono una delle tante forme di incontri che teniamo, e non la più efficace, a mio giudizio. Sono gli incontri che teniamo nelle città in cui non abbiamo sedi private che possano ospitare incontri, che chiamiamo "polimeriggi", dove la condivisione è molto profonda e a livello di gruppo. Nei poliaperitivi, invece, si chiacchiera in modo meno strutturato in gruppetti: va bene se non c'è alternativa, ma per me molto meno valido. Poi si sono tenuti alcuni incontri frontali, dove c'è un relatore che parla di un tema: poliamore e gelosia, le radici biologiche della non-monogamia umana, e così via. Ultimi, gli incontri di un intero fine settimana, nazionali o internazionali, sul modello delle unconferences: serie di workshops teorici e/o esperienziali tenuti dai partecipanti stessi.

 
 

 Insomma, dal racconto di Luca, sembrerebbe proprio che ogni realtà vada esplorata prima di poter essere giudicata. Nel linguaggio “popolare”, il poliamore viene confuso con “promiscuità”, “scambismo”, “bisessualità” e così via. Diceva Thomas S.Eliot “Continueremo ad esplorare, e alla fine delle nostre esplorazioni ci troveremo al punto dove siamo partiti e conosceremo il posto per la prima volta”.

Sante parole!

 

 



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