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Quello strano sentimento

venerdì 22 gennaio 2016 di Paola La Sala
Un amore proibito nell'America degli anni Cinquanta fra due donne appartenenti perdipiù a classi sociali diverse è al centro di Carol, film diretto da Todd Haynes

Una New York immersa nell'atmosfera natalizia del 1952, un negozio di giocattoli nella scintillante Manhattan, una giovane commessa con tanto di cappellino da Santa Claus, una donna bellissima e glamour che sta cercando una bambola per la figlia e trova un trenino elettrico.

Sono le sequenze iniziali di “Carol”, il film diretto da Todd Haynes liberamente ispirato al romanzo “The Price of Salt” di Patricia Highsmith scritto nel 1952, nelle sale in queste settimane dopo la presentazione a Cannes lo scorso maggio.

L'apparentemente algida Carol Aird, donna d'alta classe e appartenente all'alta borghesia newyorkese, è sposata con Harge ma in odore di divorzio e ha una bimba di pochi anni, Rindy; Therese Belivet, dal canto suo, ha  diciannove anni, ama la fotografia, ha un fidanzato e non sa ancora bene cosa voglia dalla vita, momentaneamente lavora come commessa. 

Queste due donne, profondamente diverse fra loro, per età, retroterra socio-culturale, si incontrano del tutto casualmente e, complice un paio di guanti dimenticati, si incontrano una seconda volta al tavolo di un ristorante e subito, per entrambe, tutto cambierà. 

Dopo questo, seguirà una serie di incontri e l'iniziale, apparente, amicizia, lascia il posto a un'attrazione in principio sotterranea, che gradatamente si insinua fino a esplodere quando Therese accetta di accompagnare Carol nella sua fuga verso Ovest, dopo la notizia che il marito decide di tenere con sé la figlia durante le vacanze di Natale.

La situazione precipita, però, a causa di un avvenimento imprevisto e devastante per entrambe, soprattutto per Carol, che deve rientrare in fretta e porre fine alla sua scandalosa e ormai palese relazione, prima di affrontare la causa per l'affidamento della figlia.

Todd Haynes gira un melodramma raffinatissimo, rivendicando ancora una volta un suo personalissimo debito verso il cinema degli anni Cinquanta e verso un autore come Douglas Sirk, cui sovente è stato accostato, con cui condivide stile e tematiche.

Il tabù dell'omosessualità nell'America di Eisenhower è modulato al pari di una partitura musicale; Haynes sviluppa un crescendo cesellandolo e armonizzandolo sui primi piani delle due donne,  sulle loro espressioni impercettibilmente mutevoli man mano che il loro rapporto prende forma, fino a dirompere e a non poter più sottacere.

Con eleganza e ritmo rallentato, il film rende tutto il suo tributo al cinema del passato, quello cui Haynes guarda, e scava nelle psicologie solo apparentemente raffreddate delle due protagoniste, entrambe rinchiuse nel segreto delle loro anime, dove sempre meno c'è spazio per altro. 

La narrazione e le immagini raffinate di Haynes, conducono al progressivo svelamento di ciò che Carol e Therese racchiudono in loro e che non possono far trapelare agli occhi di un mondo falso e puritano, alla forza di ciò che provano l'un l'altra che non può più restare celato; questo incarna la bellezza e il fascino ipnotico di “Carol”, magnificamente interpretato dalla Blanchett e da una sorprendente e bravissima Mara (premiata a Cannes), un film che crediamo rimarrà a lungo nella memoria e nel cuore di chi ama un cinema nel quale una solida sceneggiatura – scritta da Phyllis Nagy - si sposa con uno stile e un gusto delle inquadrature, delle immagini che credevamo dimenticati.

 

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