Max Gazzè, il cantore del nostro tempo
di Luigi Lioce
Non è né timido né ubriaco. E nemmeno l’uomo più furbo del mondo. Max Gazzè è solo uno dei più grandi talenti del nostro tempo, che sabato 19 giugno si esibirà a San Nicandro Garganico.
“Il tempo ci costringe a fare misurazioni di calendari pendoli e cronometri: c’è chi lo sfida, chi lo teme, chi lo nega e chi francamente se ne frega”. E c’è chi riesce a raccontarlo meglio di altri. Come Max Gazzè, un bassista che canta. Ma la sua rarità non sta solo nel riuscire ad accompagnarsi al basso, come Sting e Paul McCartney: il riccio romano dallo sguardo sornione è tra i cantautori più talentosi dei nostri giorni, capace di scrivere testi complessi ma non complicati, diretti ma mai banali, comporre sonorità poetiche ed evocative suonate, a volte, seguendo un groove sporco e distorto, ironico e malizioso. Per ascoltare dal vivo i brani che hanno reso celebre Max Gazzè (da Favola di Adamo ed Eva a Cara Valentina, da Una musica può fare a Il Solito Sesso) e le canzoni del suo ultimo album Quindi? – che contiene la dolcissima Mentre dormi – sabato 19 giugno, alle 22.00, si potrà raggiungere piazza IV Novembre a San Nicandro Garganico, dove terrà un concerto in occasione della festa patronale. Il cantautore romano racconta a Viveur il suo rapporto con il tempo, la filosofia del nuovo album, come nascono le sue collaborazioni, il suo primo (e non ultimo) film e cosa pensa dei talent show. Quindi, il suo “Quindi”.
Il 2010 è iniziato alla grande: ha pubblicato un nuovo album, è stato tra gli interpreti di Basilicata coast to coast e ora è in tournée. Sta per compiere 43 anni, qual è il suo rapporto con il tempo? Non è un rapporto culturale. Per me è ben diverso dal modo in cui siamo abituati a intenderlo: è solamente quell’unità di misura con cui possiamo identificare un mutamento. Non è il tempo che cambia, ma è il cambiamento che avviene nel tempo. È proprio il cambiamento che da l’idea del tempo: un tutt’uno ciclico, come fosse un’ellissi. L’anima dell’uomo è eterna proprio per questo, perché prescinde dal tempo, è in tutti i tempi contemporaneamente. Infatti, più che di vite passate o future parlerei di vite parallele.
E se si resistesse al cambiamento? Resistere al cambiamento vuol dire creare contrasti e, automaticamente, soffrire. Non accettarlo vuol dire resistere alla vita, un concetto difficile perché quando ti capitano delle sofferenze è duro accettarle come parte del cambiamento, soprattutto quando si tratta di affetti che scompaiono. Ma, in realtà, per me non esiste la dissoluzione ma un sistema di memorie che cessa.
Nel 2008 ha pubblicato “Tra l’aratro e la radio”, un album con il quale ha riflettuto sui cambiamenti subentrati nel passaggio dalla società agricola a quella industriale e sulla velocità della società di oggi. Da poche settimane, invece, è in vendita “Quindi?”. Come mai questo titolo? Per ribadire il concetto dell’avvenire delle cose. Il “quindi” è quel passaggio che sta tra l’esigenza di partire e l’ansia di arrivare. E c’è chi ha capito tutto, e si gode il viaggio intermedio. Rappresenta un intercalare temporale, l’invito a proseguire o a concludere la conversazione.
Come sono nati i testi dell’ultimo album? I brani sono stati composti insieme al mio amico Gimmi Santucci, molti sono stati scritti da lui, ma li rielaboriamo sempre assieme. Mi piace lavorare con persone esterne al modo musicale, con le quali magari ci si incontra per bere una tazza di tè per poi trasformare gli argomenti che vengono fuori in testi e musiche.
Quello che la musica può fare... Infatti, ha un grandissimo potere, perché mentre la parola veicola dei significati che ognuno di noi decodifica secondo le sue impostazioni culturali, la musica comunica direttamente alle tue cellule, al di là dell’interpretazione del cervello.
Cosa racconta il suo ultimo lavoro? Vari argomenti, alcuni leggeri altri, invece, più esistenziali. Per analizzarli mi faccio delle domande che, però, devono rimanere rigorosamente senza risposta, perché a volte è la stessa ricerca della soluzione che alimenta il problema. Rimanere con la gioia del dubbio permette di vivere in maniera più serena senza sfinirsi per cercare una soluzione al dubbio stesso. Questa è un po’ la filosofia del Quindi, come in “La cosa più importante” in cui rimane l’incertezza, “che non si può capire cos’è un germoglio o una promessa, che non ti posso dire la cosa più importante qual’è”.
Ama la poesia, e il potere delle parole. É stato difficile interpretare, invece, un uomo muto per scelta, come le è successo nel film di Rocco Papaleo, Basilicata coast to coast? Non è stato difficile, ma stimolante. La cosa interessante era cercare di tratteggiare i caratteri di questo personaggio che aveva deciso di esprimersi solo attraverso la musica. È stata un’esperienza che mi ha arricchito così tanto che non escludo che possa intraprendere un altro lavoro per il grande schermo.
Le faccio alcuni nomi: Daniele Silvestri, Alex Britti, Niccolò Fabi, Marina Rei e Paola Turci. Sono i colleghi con i quali lei ha collaborato più frequentemente. É un caso che siano tutti romani? Le mie collaborazioni sono sempre frutto di una frequentazione, non sono mai programmate a tavolino. Vivendo a Roma è più facile che ci si incontri in locali per suonare o confrontarci. Però ho collaborato anche con cantanti di altre città come, ad esempio, Carmen Consoli o Frankie HI-NRG.
Quindi per lei è esistita una “scuola romana”? Sì, certo. Nel senso che c’erano posti frequentati sia dai musicisti sia dai discografici. Ma come c’è stata una scuola romana, immagino che ci sia stata anche una scuola torinese o milanese. Ora questi incontri non ci sono più, il tutto è filtrato e mediato dai talent show.
A proposito, lei ha raggiunto il successo e l’apprezzamento della critica a 30 anni. Cosa pensa dei giovani cantanti sfornati dai talent che un giorno sono perfetti sconosciuti e il giorno dopo si trovano a fare i conti con una vastissima visibilità? Può essere molto traumatico. Bisogna partire da una forte coscienza di se che va al di là del modo in cui ti collocano all’interno di un meccanismo che prevede la tua sostituzione l’anno dopo. Il problema è essere collocati sulla cresta dell’onda senza saper nuotare. E questo è molto pericoloso, non fa un favore a chi decide di far musica, l’artista viene collocato in una specie di zoo, in cui ognuno emette il suo gemito diverso dall’altro e alla fine si vota il gemito più carino, in base ai gusti e alle impostazioni del bel canto. Mi auguro che chiunque abbia un gran talento da esprimere sappia avere la forza di cavalcare l’onda, costruirsi un percorso e perpetuare un’eresia reale, altrimenti diventa solo uno scimmiottamento di qualcun altro.
Se fosse stato un ventenne di oggi avrebbe fatto i provini per Amici? È difficile dirlo, ma se fosse stato l’unico modo per proporre il mio linguaggio li avrei fatti.
Mentre, da musicista quarantenne con il suo perché (o “Quindi” dovremmo dire), se glielo avessero proposto, avrebbe sostituito Morgan come giudice di X Factor, così come ha fatto Elio? Perché no? Ma solo nel momento in cui fosse possibile impostare un proprio modo di lavorare, lontano dalle logiche prettamente televisive. Lo avrei fatto senza abbassarmi alle esigenze da prime time, dicendo la mia opinione in maniera serena e onesta, muovendo inevitabilmente delle critiche a quei meccanismi che non condivido e che puntano non a sviluppare un percorso artistico completo ma a offrire un’esibizione – concedetemi la battuta – “can-ora”, ma nel senso cinofilo del termine. i: www.maxgazze.it
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