numero 29 | anno XVII
dal 20 luglio al 9 settembre 2010
 
 
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Saverio Palatella, l’eleganza che si esprime sottovoce

di Tony di Corcia

Lo definiscono lo “stilista zen”. Ha innovato la tricot couture. Col suo stile minimalista ed essenziale sta ridisegnando il marchio Malo, del quale è direttore artistico. Viveur incontra Saverio Palatella, designer dall´eleganza rarefatta, che racconta i suoi inizi, in quale direzione sta andando la moda, e di quello zio foggiano che lo riceve nel suo salone da barbiere.


MILANO Ci sono personaggi che farebbero di tutto pur di restare sempre al centro dell´attenzione, altri che si inventerebbero qualunque cosa pur di riempire il tempo e lo spazio con frasi, gesti, comportamenti volutamente esagerati, invadenti, superflui. Ce ne sono altri, invece, che conoscono il sottile potere del silenzio, la grazia della riservatezza, la forza dell´understatement: il loro messaggio arriva con uguale intensità, nonostante venga sussurrato anzichè urlato.
È il caso dello stilista Saverio Palatella. Autore di una moda minimale e sofisticata, crea collezioni che rispecchiano perfettamente la sua identità: la rarefatta eleganza dei suoi capi in cachemere ricorda la levità dei suoi gesti e della sua voce. Attualmente, si occupa della linea che porta il suo nome e di Malo, top luxury brand made in Italy che viaggia in tutto il mondo: dopo essersene occupato dal 1993 al 1997, il periodo di massimo splendore della maison, è tornato a seguire le collezioni del marchio dopo che questo era stato disegnato dal duo stilistico Aquilano & Rimondi, prima, e da Alessandro Dell´Acqua, poi; il suo intervento ha riposizionato Malo e gli ha regalato una nuova credibilità.

Come è cominciato questo viaggio nel mondo della moda, che l´ha vista preferire percorsi alternativi a quelli più “battuti”?
È nato tutto per caso. Studiavo alla facoltà di Lettere e, dopo otto esami, ho deciso di fare un salto nella creatività. Ho iniziato con il marchio Gentry Portofino, sostituendo un grande personaggio dello stile come Enrico Coveri. Mi dicevano che avevo talento, idee, carisma, ma io affrontavo tutto con la leggerezza e l´entusiasmo della gioventù. Da Genova parto per Parigi, complice una ex modella moglie di un famoso fotografo di Elle Francia. Nel 1987, dal mio showroom di Parigi (in zona Les Halles) parte un grande successo. Nel settembre 1990, Elle Francia pubblicò un articolo in cui individuava i nuovi creatori degli anni Novanta: insieme a John Galliano, Dolce & Gabbana e altri cinque nomi c´era il mio. Uno dei più grandi riconoscimenti ricevuti in vita mia, visto che la stampa francese ha sempre dettato legge in questo campo.

Per il suo stile sono state utilizzate numerose definizioni. Lei quali preferisce?
Una volta veniva definito minimalista, poi new essential e purista. Io sono sempre stato un “innovatore disciplinato”, volendo trovare una cifra stilistica efficace. Prediligo da sempre la maglia, alla quale ho dedicato trent´anni della mia vita: nonostante questo, ho ancora voglia di imparare. Il mio spirito rimane adolescenziale: mi sembra l´unica condizione per poter ancora sognare e creare.

Ha sempre preferito, soprattutto per il suo marchio, una produzione più contenuta ai grandi numeri, presentazioni più “sottovoce” a eventi più eclatanti.
Le cose sono successe da sole, non ho preferito nulla. Ho alternato grandi eventi a presentazioni intime e raccolte: due anni fa, in Giappone, ho sfilato davanti a duemila persone! Non ho mai seguito una vera regola, il mio principio è sempre stato quello di mostrare qualcosa quando avevo qualcosa da raccontare, non mi ha mai interessato l´appuntamento stagionale: nessuno può uscire ogni sei mesi con qualcosa di veramente valido. Più semplicemente, preferisco rispettare maggiormente la componente artistica e meno quella commerciale.

Eppure, quando si parla di lei si usa la definizione di “stilista zen”.
È una definizione nata nel 1990, quando mi sono avvicinato al Buddismo Tibetano. In quel momento, la mia moda era molto spirituale e sacerdotale, colori quasi assenti, il bianco come magnifico nulla, il nero denso di mistero: io li definirei colori del silenzio. Allora, nella moda regnava il caos, mentre io cercavo codici di estrema eleganza, espressione di rarefazione.

Trent´anni di moda, ma anche di grandi incontri e collaborazioni importanti.
Sì, si fanno tanti incontri. Alcuni di questi ti segnano e ti emozionano, come l´incontro con il grande cantante jazz Jimmy Scott, che ho seguito per quasi due anni vestendolo per le sue tournèe. Poi, penso agli anni di collaborazione con Antonella Ruggiero: colta e riservata, ci accomunava la nostra cultura genovese fatta di riserbo e poco compiacimento. Poi, Patty Pravo, la nostra cara bambola, con la sua voglia di nuovo e di classico allo stesso tempo. L´elenco sarebbe troppo lungo, ma sono stati tutti incontri karmici. L´ultimo, l´anno scorso, con una Anna Oxa alla ricerca di una nuova identità.

A proposito di incontri, come è stato ricevere la visita della temutissima Anna Wintour, la direttrice di Vogue America?
Si è avvicinata al mio lavoro per Malo con tono molto confidenziale, mi ha incoraggiato e mi ha dato anche dei preziosi consigli. In quel momento, mi sono chiesto dove fosse il Diavolo che veste Prada.



Nel corso degli ultimi anni, ha esteso il suo interesse a settori altri rispetto alla moda, come gli short movies e la video art.
Non si è trattato di un passatempo, ma di un duro lavoro che ha occupato gli ultimi quattro anni. Ho dovuto interrompere perchè la direzione artistica di Malo è molto impegnativa, ma nel 2011 conto di riprendere con un nuovo lavoro. Le esperienze più intense le ho vissute partecipando nel 2007 e nel 2008 al Festival Internazionale del Cinema di Locarno. Ho avuto la fortuna di lavorare da neofita con grandi professionisti, come la stupenda Eva Robins - alla quale sono legato da vero affetto - che definirei una sorta di Jeanne Moreau italiana.

Dal suo osservatorio, come vede la moda in questo momento? In quale direzione sta andando?
Sta diventando sempre più “unica”. Si sta affrancando dagli standard che regolavano il mercato, e si privilegiano idee non convenzionali. Aumenterà l´audacia creativa, la rottura cromatica e la ridefinizione semantica, per rispondere alla massificazione e alle “uniformi” della produzione industriale.

Lei è nato a Rapallo, ma con sangue foggiano nelle vene. Quale legame mantiene con questa terra?
Un legame molto profondo: è la terra dei miei genitori. A Foggia ho frequentato la quinta elementare: un anno della mia infanzia l´ho trascorso lì. Sento un forte senso di appartenenza a quel mondo, anche se sono state Milano e Rapallo a forgiarmi. Desidero sempre tornare da mio zio che, alla bella età di 84 anni, mi riceve ancora nel suo salone da barbiere vicino alla gelateria Sottozero. Che dire? Sembra una foto in bianco e nero di Ferdinando Scianna!
i: www.saveriopalatella.it

 

inserito il 1.7.2010 | In copertina

 

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