numero 29 | anno XVII
dal 20 luglio al 9 settembre 2010
 
 
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Brevissima storia di Capitanata

Tavoliere, Gargano, Subappennino… è una provincia immensa, quella di Foggia, che offre volti sempre nuovi e aspetti inediti del proprio profilo ambientale e culturale. La Capitanata, terra del Catapano bizantino, altrimenti conosciuta come Daunia è stata davvero calpestata dalle orme che hanno percorso i sentieri della grande storia.

Le prime tracce, orme appunto, risalgono al paleolitico e al neolitico come attestano i siti archeologici disseminati tra il Gargano e il Tavoliere.

Il Tavoliere, centro di questo territorio, è la seconda zona pianeggiante d’Italia. Il Gargano, con le sue asperità rocciose, dello stivale è lo sperone che sembra protendersi verso l’oriente. Ma c’è anche il Subappennino dauno, le cui colline sanno diventare verdi e gialle, marroni o bianche a seconda delle stagioni che scorrono sui suoi terreni.

Di terra, e di agricoltura, vivevano i centri fondati in età romana: Arpi, Lucera, Herdonia; Siponto, affacciata sul mare, era un porto utilizzato per il commercio.

In età medievale, i centri si strutturarono ulteriormente e a memoria di questo passato restano numerosi castelli, le cui rocche diroccate e non puntellano la provincia.

È in quel periodo che per la provincia di Foggia passa la Via Sacra Langobardorum, ovvero il percorso che i pellegrini compivano partendo dal Mont Saint Michel, passando per Roma e diretti in Terra Santa. Monte Sant’Angelo, da allora, è una cittadina le cui pietre sembrano impregnate di un forte misticismo: l’apparizione dell’Arcangelo Michele trasformò questo paese arroccato sulla montagna in un luogo di massima spiritualità.

Intorno al 1000, alcuni pastori videro galleggiare un tavolo su un pantano: la loro attenzione fu attirata, secondo la leggenda, da tre fiammelle che ardevano su quella che, poi, scoprirono essere un’effige della Vergine Maria. Le tre fiammelle divennero il simbolo della città, e Foggia – luogo del singolare e miracoloso episodio - cominciò a diventare un agglomerato urbano sempre più consistente intorno a una Cattedrale romanica.

Ma colui che amò la Capitanata e la scelse come “buen retiro” fu Federico II di Svevia: lo stupor mundi si faceva stupire dal verde che si estendeva da un angolo all’altro della sua visuale. Volle Foggia come “inclita sede imperiale” e avviò la costruzione di un palatium.

Di questa costruzione non resta assolutamente nulla, se ne favoleggiano i contorni e l’ubicazione, e il ritrovamento di un mattone, anche a un solo metro di profondità, fa sperare chi ancora sogna di imbattersi nel perimetro di quell’imponente palazzo che rese Foggia, almeno per qualche tempo, una città imperiale.

Il fenomeno della transumanza rese, ancora una volta, Foggia una città di passaggio, grazie all’abitudine dei pastori abruzzesi di portare le loro pecore a nutrirsi delle erbe verdissime del Tavoliere. Per accedere ai pascoli bisognava pagare un tributo, che veniva versato presso gli Uffici della Dogana della Mena delle Pecore; nel relativo Tribunale si svolgeva un mercato del bestiame che nulla aveva da invidiare alle borse odierne.

Fu per questo motivo che si decise di costruire Palazzo Dogana, che ospitò le nozze reali tra Maria Clementina d’Austria e Francesco I di Borbone: era il 26 giugno 1797 e la créme de la créme dell’agonizzante impero borbonico si recò a Foggia pur di non mancare al mondanissimo evento.

Nel 1731 un terribile terremoto rase quasi al suolo la città, risparmiando pochissime costruzioni. Avvenne qualcosa di molto simile durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale: i bombardamenti che presero di mira la stazione ferroviaria uccisero quasi ventimila persone, Foggia visse una delle pagine più nere della sua storia, che le hanno fatto meritare due medaglie: una al valore civile, una per il valore militare.

Una città che ricomincia, una città che si lecca le ferite e ricomincia il suo cammino. Un territorio che si è confrontato con Aragonesi e Saracini, tedeschi e americani. Foggia sembra essere rappresentata perfettamente dalla sua cattedrale: romanica alla base, settecentesca nella parte superiore e nel campanile. Dopo i terremoti si ricostruisce, dopo le difficoltà si ricomincia, e sulla facciata della stessa cattedrale convivono stili e linguaggi diversi, una sorta di esperanto dell’architettura che ricorda ciò che succede, appunto, in quei posti che meritano la definizione di “terra di passaggio”.

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